Il cinema che ha sfidato il patriarcato siciliano

La Sicilia nel cinema non è solo cartolina o cronaca nera. È il terreno su cui alcune donne hanno combattuto le battaglie più dure per l’autodeterminazione. Per troppo tempo la macchina da presa si è accontentata di inquadrare figure mute, vestite di nero, rassegnate a un destino scritto dagli uomini, o di visi ammalianti che incarnassero la vera bellezza del Sud. Eppure, scavando oltre la superficie, esiste una filmografia viscerale che ha deciso di restituire la voce a chi ne era stata privata.

La moglie più bella (Damiano Damiani, 1970)

Ispirato al caso reale di Franca Viola. Francesca, interpretata da una giovanissima e magnetica Ornella Muti, viene rapita e violentata dal rampollo di un clan locale. Secondo la legge dell’epoca, dovrebbe accettare il “matrimonio riparatore” per lavare la vergogna e salvare l’onore. Lei dice no. Questo film è una pietra miliare perché non si limita a raccontare un sopruso, ma analizza frontalmente la solitudine di una donna che decide di sfidare non solo il suo carnefice, ma l’intera comunità, inclusa la propria famiglia. È la messa in scena del momento esatto in cui il concetto di “onore” smette di essere un valore intoccabile, smette di essere precluso alla reputazione di un uomo e alla responsabilità della donna di mantenerlo intatto con la sua condotta santa. E’ grazie pietre miliari come questa che il matrimonio riparatore è stato abolito in Italia solamente nel 1981.

Scena del film La moglie più bella

La siciliana ribelle (Marco Amenta, 2008)

Questa è la storia vera di Rita Atria, la “picciridda” che frantuma l’omertà della sua stessa famiglia mafiosa per cercare giustizia dopo l’omicidio del padre e del fratello, diventando la testimone chiave del giudice Paolo Borsellino. Il film esplora un femminismo profondamente politico e doloroso. Rita non lotta semplicemente contro l’istituzione criminale di Cosa Nostra, ma scardina dall’interno il ruolo che la cultura mafiosa assegna sistematicamente alle donne: quello di custodi dei segreti, madri dolenti e complici silenziose. La sua è una ribellione d’identità estrema. Sceglie lo Stato e la verità, recidendo di netto i legami di sangue in un ecosistema in cui una donna che parla è considerata spregevole, poiché pericolosa.

Scena de La siciliana ribelle

Il mio corpo vi seppellirà (Giovanni La Pàrola, 2021)

Siamo di fronte a un “southern western” sporco e spietato, ambientato nel Regno delle Due Sicilie nel 1860, durante il periodo caotico dello sbarco garibaldino, descritto come una terra di nessuno. Le protagoniste sono le Drude: un gruppo di brigantesse feroci, sopravvissute a violenze indicibili, che si muovono come fantasmi tra i boschi in cerca di vendetta contro l’esercito e i traditori locali. Qui il femminismo si fa carne, polvere da sparo e pura azione. Il film ribalta in modo grottesco e meraviglioso l’immagine della donna siciliana ottocentesca. Le Drude non pregano e non abbassano lo sguardo: sono guerriere che si riprendono violentemente, a colpi di fucile, lo spazio pubblico e politico che è stato loro negato.

È un’opera intelligente che restituisce alle donne una fisicità e una capacità distruttiva che la storia ufficiale ha sempre cercato di cancellare. Un omaggio sanguinante alla forza selvaggia e alla solidarietà tra donne che non hanno più nulla da perdere, se non le loro catene.

Respiro (Emanuele Crialese, 2002)

L’emancipazione non passa solo attraverso la lotta alla mafia o ai codici d’onore, ma si annida anche nel disperato bisogno di respirare. Grazia, interpretata da Valeria Golino, non è un’eroina civile: è una madre dallo spirito indomabile, intrappolata nella bellezza abbacinante ma asfissiante di Lampedusa. La sua unica, vera colpa è possedere una vitalità che rifiuta di piegarsi al ruolo di moglie devota, prevedibile e invisibile. In un microcosmo conformista che cerca di spegnere la sua luce bollandola come malattia mentale o isteria da curare, Grazia preferisce farsi credere pazza – o persino morta – pur di non lasciarsi addomesticare dalle regole del branco. È la ribellione psicologica e poetica di un corpo che esige il proprio spazio vitale in un mondo che la vorrebbe rimpicciolire.

Scena tratta dal film di Emanuele Crialese, Respiro

Le sorelle Macaluso (Emma Dante, 2020)

Emma Dante ci trascina di peso in un universo visceralmente ed esclusivamente femminile. Cinque sorelle che vivono sole a Palermo, all’interno di una casa che si fa scrigno e trappola, dove non esistono figure maschili a dettare legge. È un film che mostra le donne siciliane non in funzione di un uomo o di un trauma legato al patriarcato, ma nella loro potenza assolutamente autonoma. Ci vengono mostrati corpi imperfetti che invecchiano, una sorellanza feroce fatta di liti e baci, e ferite intime che non si chiudono mai. In questa casa sospesa nel tempo, la donna non è né vittima né semplice appendice: è il centro di un mondo autosufficiente, complesso e meravigliosamente tragico.

Scena tratta dal film Le sorelle Macaluso

Il cinema come specchio di una rivoluzione (incompiuta)

Questi cinque film ci insegnano che il femminismo, nell’isola è sempre stato un atto pratico di sopravvivenza. Raccontare Franca Viola, Rita Atria, le brigantesse armate, l’incontenibile Grazia o il microcosmo delle sorelle Macaluso, significa smontare pezzo per pezzo la retorica della siciliana sottomessa.

Ma per quanto potenti e necessarie, queste pellicole rappresentano ancora oggi delle eccezioni all’interno di una cinematografia storicamente, e ostinatamente, a trazione maschile. La femminilità emancipata, spigolosa, padrona dei propri errori e del proprio desiderio, sembra fare ancora troppa paura a un certo tipo di narrazione, che preferisce ripiegare sul rassicurante ornamento di una bella donna che parla poco.

L’8 marzo è l’occasione perfetta per ricordarci che il cinema deve essere lo spazio in cui la donna smette di essere un peso ereditato per diventare finalmente voce narrante.


Cinque titoli non bastano a colmare un vuoto. C’è un’intera isola di donne complesse, libere e scomode che aspetta solo di essere inquadrata. Quale altra storia siciliana, vera o inventata, merita secondo te di arrivare sul grande schermo?

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