Ci sono luoghi in cui il tempo sembra essersi stratificato, rifiutandosi di scorrere linearmente. Agrigento è esattamente questo: una città fortemente evocativa, dal respiro mitico, scelta costantemente dai registi perché capace di far convivere in un solo sguardo l’antichità greca, le architetture medievali e le nevrosi della contemporaneità.
Ma c’è un altro filo rosso che lega indissolubilmente questa terra al cinema: l’indagine sulle maschere sociali, un tema che aleggia tra i vicoli della città grazie all’eredità del suo figlio più illustre, Luigi Pirandello.
Nel segno di Pirandello: il Caos e le maschere
Ad Agrigento, il cinema d’autore è quasi un affare di famiglia. Non è un caso che Pirandello sia nato in una contrada agrigentina chiamata storicamente “Caos”. Questo nome così profetico è diventato il titolo di uno dei film più belli e intensi girati in questi luoghi: Kaos (1984), capolavoro dei fratelli Taviani ispirato proprio alle novelle dello scrittore. Una pellicola che, tra l’altro, ha regalato al pubblico l’ultima, indimenticabile apparizione cinematografica della mitica coppia formata da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia.
L’omaggio al drammaturgo continua ad affascinare le macchine da presa anche in tempi recentissimi. In Eterno Visionario (2024), Michele Placido trasforma il cuore pulsante della città nel palcoscenico dei tormenti dell’autore, sfruttando le quinte naturali del Teatro Pirandello, di Piazza Municipio, Piazza Ravanusella e dell’elegante Via Atenea. Un legame fisico ed emotivo esplorato anche da Paolo Taviani nel suo Leonora addio (2022), che ripercorre il surreale e grottesco viaggio delle ceneri dello scrittore per farle tornare, finalmente, nella sua terra.
Tra l’eternità della Valle e il dramma contemporaneo
Se il centro storico racconta l’animo umano, la Valle dei Templi rappresenta l’eternità. La maestosità delle rovine e dei Telamoni offre un set dalla potenza visiva ineguagliabile, utilizzato per dare spessore storico a trasposizioni letterarie come La scomparsa di Patò (2010) di Rocco Mortelliti (tratto dall’omonimo romanzo di Andrea Camilleri), o per creare atmosfere sospese come nel dramma I salmoni del San Lorenzo (2003) di András Ferenc, dove svetta l’inconfondibile Tempio della Concordia.
Eppure, Agrigento non è solo mito e letteratura. Sa farsi scarna, dura e reale per raccontare le ferite più profonde della Sicilia contemporanea. Ne Il giudice ragazzino (1994), Alessandro Di Robilant sceglie Piazza Pirandello, l’Hotel della Valle e gli asfalti assolati delle Strade Statali 115 e 640 per ricostruire la tragica, vera e coraggiosa storia del magistrato Rosario Livatino. Qui l’architettura non è più poesia, ma teatro di una spietata lotta per la giustizia.

I dintorni iconici: la magia bianca della Scala dei Turchi
È impossibile parlare di cinema nell’agrigentino senza spostarsi di pochi chilometri lungo la costa, nel territorio di Realmonte. Chi non ricorda le perdifiato corse in bicicletta del giovane Renato nell’indimenticabile Malèna (2000) di Giuseppe Tornatore? Sebbene la narrazione del film sia ambientata in un’immaginaria cittadina siracusana, alcune delle scene più iconiche e sognanti sono state girate proprio sulla scogliera bianca della Scala dei Turchi. È su quei gradoni abbaglianti che il protagonista si rifugiava per scrivere le sue lettere, impossibili e cariche di desiderio, a Monica Bellucci.
Quale film, scena o serie TV girata ad Agrigento ti ha emozionato di più? Diccelo nei commenti!